Wednesday, August 27, 2008

Shopping

Shopping
Giovedì 15/03/2007- Pomeriggio e Sera (Quinta-feira - tarde e noite)

Lo Shopping Barra è una struttura cilindrica, una sorta di torre formata da “anelli” sovrapposti. Ad ogni piano si aprono i negozi e le vetrine, affacciandosi lungo percorsi circolari collegati verticalmente da scale e ascensori. Il centro commerciale si trova lungo un’arteria molto trafficata e può essere raggiunto anche attraverso un cavalcavia riservato ai pedoni. Se si osserva nelle ore di punta la brulicante fiumana di persone inoltrarsi sul ponte come per invadere la torre, si ha l’impressione di assistere ad un caotico via vai di insetti che entrano ed escono dal loro formicaio, servendosi di un unico, esile legnetto sospeso fra la terra e la base della costruzione.
Entriamo anche noi nella scintillante struttura. Se non fosse per il colore della pelle di molte commesse e della gente che ci circonda, si potrebbe essere indotti a credere di trovarsi in un moderno ipermercato italiano o europeo.
Gironzoliamo per i negozi. Bete aveva deciso, già con qualche giorno di anticipo, che io dovevo farle un “presente” per suggellare la nostra amicizia, e si era orientata su una borsa. Mi sembra giusto e non mi oppongo, anche per non incrinare l’incantesimo erotico in cui sono inaspettatamente caduto, qui in Brasile, dopo una vita di stenti nella città di belle statuine in cui risiedo. La scelta cade su una borsa di paglia con manici e bordature color oro bianco: semplice, elegante e di prezzo contenuto. Purtroppo la frenesia consumistica non si esaurisce qui. Nella stessa boutique vengono prese in esame calzature estive aperte (plateaux?), con la base in sughero e passanti e cinturini dorati, che possano fare da pendant alle finiture della borsa. Finalmente usciamo dal negozio con i due cadeaux.
Ci fermiamo ad un piccolo self-service. A scanso di sorprese con vivande locali a me abbastanza sconosciute, mi butto sulla rassicurante: prendo una cotoletta alla milanese con verdure, imitato dalla mia dama. Qui non si usa pagare in base al tipo di alimento, al suo pregio, alle dimensioni della porzione o del contenitore: c’è una bilancia che pesa la quantità di cibo prescelta (evidentemente pietanza e contorno hanno lo stesso prezzo) da cui viene detratta la tara del piatto. Pago per entrambe, come sempre. Bete è una “salutista”: mangia assai poco, è snella e giovanile; ha la pelle liscia e un corpo, sebbene non levigato come quello di certe ventenni, asciutto e privo di cellulite. Per imitarmi ha preso una bottiglietta d’acqua ma non la versa nel bicchiere: dice che bere durante il pasto comporta delle controindicazioni, bisogna farlo non prima di un’ora dopo aver mangiato. Solite esagerazioni salutiste. È vero che troppa acqua bevuta a tavola rallenta la digestione (perché diluisce i succhi gastrici), ma non bisogna essere troppo rigorosi: quando si ha sete è giusto bere. Ad ogni modo, il suo bicchiere rimane vuoto e mi dà anche metà della sua cotoletta.
Proseguiamo il giro. Caffè e poi dessert (o meglio “sorvete”) che consumiamo in un bar-gelateria del complesso commerciale. Io scelgo quello che da noi si definisce “gelato da passeggio” che può riunire anche 3 gusti. Qui la cialda a forma di cono è più grande delle nostre, ma la possibilità di scelta dei gusti, per motivi “logistici”, legati all’instabilità dell’insieme, è più limitata: una o due bolas (“palle”). Infatti, non si usa la paletta per spalmare e modellare il gelato sul cono: un cucchiaio semisferico deposita solo bolas della stessa dimensione, cosicché un sorvete con due palle costa il doppio di un gelato con un gusto solo. Io provo l’after-eight (menta e cioccolato) che qui ha un altro nome; Bete sceglie il gusto maracuja che pare sia afrodisiaco.
Al termine della passeggiata con acquisti, come una rispettabile coppia di antica data, si torna a casa e trascorriamo l’ultima notte insieme.
Solito risultato della partita in notturna: 1 o due orgasmi per lei, 0 per me, anche se la mia “consorte” mi aveva offerto un delizioso dessert, un generoso e succulento sorbetto che poi non ho degustato fino in fondo poiché mi sentivo troppo lontano dalla naturale conclusione. Bete è morigerata a tavola, io, mio malgrado, lo sono a letto.

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Saturday, August 23, 2008

Brasile, terra del futuro


Brasile, terra del futuro

Giovedì 15/03/2007 - Pomeriggio (Quinta-feira - tarde)

Verso le 16 ci avviamo a braccetto verso la mia casa. In uno slargo dell’avenida, proprio di fronte all’oceano, il mio sguardo cade distrattamente sulla scritta apposta alla base di un cippo che sorregge il busto in marmo nero di un signore baffuto. Ero passato di lì diverse volte senza mai soffermarmi ad osservare: ritenevo fosse un banale monumento commemorativo di qualche celebrità locale.


Ed invece la lettura della targa rivela che il personaggio raffigurato è Stefan Zweig, scrittore viennese di origine ebrea, fra i maggiori della letteratura austriaca del ‘900. Ai più questo nome non dice nulla, e anch’io sono alquanto ignorante in proposito, ma, dato il mio interesse per la musica, l’intellettuale viennese non mi era sconosciuto. È l’autore del testo de: La donna silenziosa, opera tarda di Richard Strauss commissionata a Zweig dopo che il compositore bavarese era rimasto senza il suo “librettista” di fiducia prematuramente scomparso, il grande drammaturgo austriaco Hugo von Hofmannsthal. L’iscrizione sotto il busto ricorda che Zweig era approdato in terra brasiliana durante l’ultimo conflitto, rimanendo a tal punto affascinato da quei luoghi e da quella gente da comporre un libro elogiativo: Brasile, terra del futuro.
Al ritorno dal mio viaggio mi sono documentato su questa strana figura di intellettuale che aveva denunciato le follie della guerra già al tempo della I Guerra Mondiale e in seguito, a causa delle leggi razziali introdotte da Hitler dopo l’annessione dell’Austria, fu costretto a sradicarsi dalla propria terra, dalla cerchia colta e raffinata degli scrittori e letterati, fuggire dalla cara Europa devastata dal nuovo conflitto e riparare in America. Zweig si era rifugiato in Brasile, privo delle agiatezze economiche, dei libri, dei riferimenti e dei legami culturali che aveva stretto in patria, stabilendosi con la seconda moglie in un paese a 65 km da Rio de Janeiro. Dopo l’entusiasmo iniziale - che lo aveva indotto a profetizzare un radioso futuro per la nazione dove si era insediato - la mancanza di stimoli culturali e letterari, la sensazione di isolamento e di estraneità al mondo giovane e vitale - ma culturalmente molto diverso rispetto alla tradizione europea - in cui si trovava, nonché le cattive notizie riguardo l’andamento della guerra, evidentemente lo fecero cadere in depressione e nel 1942 decise di togliersi la vita insieme con la moglie. Ironia della sorte, “il Paese del futuro” e della speranza fu anche il medesimo in cui aveva maturato tragicamente l’idea che per lui non poteva più esserci futuro: Il mondo di ieri” – come significativamente aveva intitolato la sua autobiografia – gli sembrava perso per sempre sotto l’avanzare delle truppe del III Reich.
Ho riportato queste riflessioni “postume” rispetto agli accadimenti del mio viaggio in quanto, informandomi sul triste epilogo dell’esistenza di Zweig, non ho potuto non rilevare alcune corrispondenze con la mia avventura in Brasile. Pure io, al primo impatto con questo Paese dalle grandi promesse, su cui avevo ingenuamente riposto le mie ultime speranze di un riscatto erotico-sentimentale, ho avuto ben più che uno sbandamento iniziale: solo lentamente e per caso questa terra mi ha fatto scoprire qualche suo tesoro. Nella prima settimana ho rischiato di soccombere alla solitudine, ai sensi di colpa, alla disillusione.

Quando siamo nel mio appartamento, entro in doccia e mi aspetto che Bete faccia altrettanto, ma lei vuole trascorrere il resto del pomeriggio allo Shopping Barra, il centro commerciale che rappresenta evidentemente l’approdo del consumismo di classe a Salvador. Fare acquisti in quel luogo, magari elegantemente vestiti, è indice di distinzione, di agiatezza, di appartenenza ad uno status.
In taxi raggiungiamo l’appartamento di Bete, un bilocale non più grande del mio, facente parte di un palazzone-condominio con diversi piani. Nella zona notte non c’è un letto a due piazze ma un mobile a castello, non certo indicato per fare l’amore. Bete al momento è sola: il figlio minore è ospite della fidanzata, il figlio maggiore si trova in un altro stato del Brasile per motivi di lavoro. L’appartamentino in città serve come “foresteria”; solo di rado la mamma e i due figli lo occupano contemporaneamente.
Bete fa la doccia e si veste in modo sportivo ed elegante per uscire con il suo uomo. Per lei è una seconda giovinezza; per me… è la prima, quella che non ho mai avuto. Ma purtroppo l’amore si gusta quando hai 20 anni e non 54: a questa età il palato non distingue più il sapore del miele, si è indurito e semiatrofizzato, e nel dolce percepisce comunque un retrogusto amaro. La mia compagna sorride divertita quando mi descrivo con la battuta: “Dino Flor e le sue due mogli”. Aveva già capito che le avevo detto una bugia parlando della mia presunta separazione e bonariamente mi rimprovera.

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Monday, August 18, 2008

Immagini per il "Diario"





Casablanca




feroce Saladino b/n:







feroce Saladino cornice ferro:















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Friday, August 15, 2008

Libertà sessuale

Libertà sessuale

Giovedì 15/03/2007 (Quinta-feira)

Mattina. In riva al mare trovo due ragazzi del gruppo di Modena. Riccardo è il più “vispo”: si dà un certo d’affare con le ragazze della spiaggia.
Dice che qui è tutto troppo caro: meglio la Thailandia. Chiacchieriamo un po’.

– Vi ho visti ieri mattina insieme con la mia amica Michelle. L’avevo conosciuta per caso il giorno prima ad un Internet-point; mi ha lasciato il suo numero di telefono, ho provato a chiamarla, ma non era in casa.
– La conosci anche tu? Michelle ha 25 anni e ieri l’ho scopata. La sua amica più giovane, invece si è fatta solo baciare…Ne ha appena 18 e sogna ancora Julio Iglesias…
– Ah!...Complimenti!... Avete fatto presto…– commento nascondendo l’invidia.
– Se hai il telefono di Michelle, perché non la chiami? Sarei curioso di sapere le sue reazioni –. Strano: chiede a me di telefonare alla ragazza quando è lui che se l’è fatta. Evidentemente non è riuscito ad agganciarla per il seguito delle vacanze.
– Sì, mi ha dato il suo numero ma non penso di chiamarla. Ieri, quando ci siamo visti nel bar lei ha fatto finta di non conoscermi perché sa che ho finito le vacanze. Domani riprendo l’aereo per l’Italia. Michelle cerca la compagnia di un italiano con dei soldi per almeno una settimana o due –.

Mentre stiamo parlando, si fa avanti un venditore di collanine che prova a piazzare qualche suo articolo a noi tre italiani, aiutandosi con qualche parola nella nostra lingua.
Proprio di fronte al nostro gruppetto, nel breve tratto di spiaggia che ci separa dall’acqua, da qualche minuto si era venuta a stendere una ragazza di carnagione chiara, con morbide curve, poco più che ventenne. Attrae inevitabilmente la nostra attenzione. È coricata a pancia in giù, con il viso rivolto verso di noi, sensuale ed invitante. Sfoglia distrattamente una rivista. Io ci proverei, ma il probabile arrivo di Bete mi fa scartare l’idea. Do un buon suggerimento a Riccardo:

– Perché non ci provi? Regalale una collanina del nostro amico qui, facendola scegliere direttamente alla ragazza. Se lei ha un minimo di interesse, l’aggancio è fatto.
– Buona idea, grazie –.

Riccardo e l’amigo venditore si avvicinano alla garota, ma dopo una lunga trattativa la fanciulla, cortese e sorridente ma irremovibile, declina l’offerta. I due sono costretti a desistere. Eppure Riccardo non è brutto ed ha quasi 10 anni meno di me.
Ancora qualche minuto di chiacchiere e commenti, poi i due modenesi se ne vanno. Io rimango sotto il mio sombrero e la ragazza un po’ più in là. La marea porta le onde vicino ai suoi graziosi piedini. Sposta il telo e si avvicina di qualche metro, nella stessa posizione, bocconi, con il viso rivolto verso l’avenida, verso di me. È un invito? Il linguaggio del corpo è da manuale, ma se non ce l’ha fatta Riccardo che è meno ciccio e più giovane di me, che speranze posso avere io con una che ha meno della metà dei miei anni?
La mia sirena fa finta di leggere, ma il suo viso è nella mia direzione: è pressoché stesa ai miei piedi. Ogni tanto alza gli occhi dalla rivista e i nostri sguardi si incrociano rapidi. Passa qualche minuto di febbrile, spasmodica attesa: sono teso e concentrato come un marine poco prima dello sbarco in Normandia.
La tentazione è forte, ma la possibilità che arrivi Bete mi trattiene. Alla fine risolvo di provarci: succeda quel che succeda. Penso alla modalità di approccio: Gosto beber uma cerveja? (Ti va di bere una birra?): non ho un gran repertorio di parole, ma qui non serve. L’importante è avere un po’ di decisione e di faccia tosta; non è come in Italia, dove più si parla e meno si scopa.
Proprio quando sto per aprir bocca, la ragazza si solleva con mossa rapida e corre a fare il bagno. La mia manovra di aggancio è rimandata al suo ritorno. Il bagno va un po’ troppo per le lunghe. Ad un certo punto la vedo gesticolare e, dall’acqua, fare ampi movimenti con le braccia nella mia direzione, come per invitarmi a raggiungerla.
Come mai questa confidenza? Non ci siamo neppure parlati… Potenza della comunicazione non verbale…o forse mi ha letto nel pensiero? Qualche secondo di drammatica indecisione, poi dal muretto alle mie spalle scende un giovane nero e fustacchione che raggiunge in acqua la mia Venere. Sono chiaramente amici, probabilmente anche intimi, nel senso che scopano insieme. Lei gli fa le feste, lo abbraccia, gli sale sulle spalle, ma pur con tutta quella confidenza, mi sembra che i gesti di lui non siano di totale disponibilità e complicità come avviene fra due che stanno assieme.
Be’, io non ho una gran pratica di queste cose e poi i codici del comportamento di coppia, qui in Brasile, sono completamente, meravigliosamente diversi da quelli di casa mia.
Ecco, è questa la libertà sessuale, il piacere innocente, il Paradiso dei sensi che si è perso per sempre in Italia. Fare l’amore perché così vuole la nostra natura; il sesso come amicizia, scoperta, comunicazione, esperienza dell’altro; godimento, soddisfazione reciproca, ma senza sovrapporre allo spontaneo istinto naturale gli schemi, gli egoismi, l’asfissiante lealtà, i sacri giuramenti, i seriosi impegni, lo spietato do ut des dei sentimenti, il mortificato erotismo, il sacrificio del vivere in coppia secondo l’italian way of life.
Distratto dai miei pensieri, perdo di vista i due giovani licenziosi, latte e caffè, che mi avevano procurato quella illuminazione, nel senso del poète maudit, Arthur Rimbaud. Bete, la mia segunda mulher è arrivata. Mi sento “Dino Flor e le sue due mogli”…

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Tuesday, August 12, 2008

Scorno

Scorno

Mercoledì 14/03/2007 (Quarta-feira)

La giornata è magnifica. Godo anche di una libera uscita, essendo Bete trattenuta da qualche impegno di lavoro; siamo d’accordo di sentirci per la serata. Ho la libertà di movimento necessaria per combinare qualcosa con Michelle. Le telefono, ma nessuno risponde. Proverò più tardi. Mi dirigo verso la spiaggia. Sono a digiuno dalla sera prima, quindi decido di fermarmi per una colazione sostanziosa in un piccolo bar sul lungomare dove si trovano anche generi da fast food. Entrando, noto ad un tavolo la coppia dei due mondi, la ragazza europea con il suo macho bahiano. Ora sono molto più sciolti rispetto alla prima volta che li avevo visti. Il sesso è la miglior forma di amicizia fra un uomo ed una donna, forse l’unica.
Ma le sorprese non sono finite. Sono seduto su una panca di legno all’interno del locale, alle prese con un doppio hamburger e un suco de abacaxi (ananas), quando vedo entrare l’allegra brigata dei modenesi insieme con le loro prime conquiste: la “mia” Michelle e la sua amica di carnagione scura. Il mio povero cuore ha un sobbalzo: quei quattro sono appena arrivati e già hanno qualche preda nel carniere, soffiandomi proprio la ragazza più carina e che pensavo di aver miracolosamente agganciato la sera prima. È la forza del gruppo, probabilmente: in compagnia ci si aiuta e si ha molto più coraggio nel tentare approcci. Sia Michelle che la sua amica fanno finta di non conoscermi. I loro sguardi, forzatamente, non incontrano i miei.
Sono un po’ depresso quando arrivo alla spiaggia. Proprio ora che cominciavo ad ambientarmi, a contare qualche modesto successo nella difficile arte del cuccadores, il mio tempo è finito e vanno avanti i giovani… Sempre così la mia vita: quando faticosamente trovo la strada per uscire da una situazione paralizzante, è sempre troppo tardi. Il tempo non è galantuomo.
Intanto la vita continua. Alla praia si rivedono le due nordiche. Sono in compagnia del ragazzo nero con cui le avevo viste la sera prima al Pelourinho. Il giovane è un tipo africano, muscoli ben delineati, capelli neri a cavatappi che sembrano appoggiati al cranio come il “moccio” o lo scopone per lavare i pavimenti.
Cerco di rilassarmi con le mie tecniche mentali, ma proprio in quel momento il ragazzo di colore, prima tranquillo, se ne esce con un discorso o un racconto a tutto volume, in un idioma che non riesco a capire, più simile al latrato di un cane che ad una lingua conosciuta, un misto di brasiliano e inglese (o tedesco?). Ad ogni modo, quel vociare mi fa perdere la concentrazione, è estremamente fastidioso e soprattutto, sembra non finire mai. Per giunta, le due ragazze mostrano di comprendere quel interminabile abbaiare e danno corda al loro cicisbeo nero con risatine e ammiccamenti.
Se Dio vuole, dopo diversi minuti, il molesto intrattenitore conclude la sua performance e ritorna la tranquillità. Il Brasile è come un territorio franco per gli amori: basta farsi avanti e si trova senza troppa fatica; e questo vale per gli uomini come per le donne. Probabilmente le due nordiche hanno rimorchiato l’africano (o lui ha rimorchiato loro) la sera di martedì, quando tutto il Pelourinho si anima.
Più tardi telefono a Bete. Dice qualcosa a proposito dello Shopping Barra. Mi sembra di capire che si trova lì a far compere e che mi sarebbe venuta a prendere verso ora di cena. Purtroppo si tratta di un equivoco che si chiarisce solo il giorno dopo. Lei mi aveva invitato a raggiungerla al centro commerciale, per vedere i negozi e passear (passeggiare); poi saremmo tornati a casa mia. Il mio cellulare non funziona qui in Brasile e la batteria è scarica: non abbiamo modo di comunicare se non con il telefono pubblico, a scheda. Verso le 20, non vedendo arrivare la mia amante, vado a cena da solo in uno dei posti che frequento di solito nei pressi del faro.
Serata da sfigati. Esco dal ristorante e faccio quattro passi sull’avenida, dirigendomi verso sud dove c’è l’insenatura con un attracco di barche e la spiaggia che ultimamente frequento. Lì nei pressi ci sono alcuni locali. Ed è un punto su cui converge diversa gente. In un bar con estivo vedo la coppia che parla inglese più alcuni giovani del posto.
Non ho voglia di fermarmi e consumare da solo; ormai mi sono abituato bene. Mi siedo nell’unica panchina esistente, quella alla fermata dell’autobus, sotto una pensilina in plexiglass. Queste mie passeggiate e soste nascondono sempre un remoto desiderio di un approccio con una ragazza, meglio ancora se fosse lei a farsi avanti…speranza sempre delusa, comunque.
Una garota con l’aria da studentessa si siede all’altro capo della panchina. Ma è troppo giovane per me. Passa qualche minuto. Mi guardo in giro. Tutti si divertono in qualche modo: chi è seduto a bere una birra in compagnia, gruppi misti di amici che ridono e scherzano, coppie. Una balorda, mal ridotta e con l’aria della vagabonda, si aggira attorno alla pensilina. L’avevo già vista giorni prima nella zona del quartiere Barra. Temo che si faccia avanti per chiedermi degli spiccioli. In effetti si avvicina, ma si siede nello spazio vuoto fra me e la studentessa. La circonda un’aura disgustosa, un odore nauseabondo di urina e sudore. Dopo qualche secondo la studentessa se ne va; io resisto ancora un po’, combattuto fra la comodità dell’unica panchina disponibile e l’odore sgradevole della mia vicina. Poi mi decido e torno all’appartamento.

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Monday, August 04, 2008

Pelourinho as noite

Pelourinho as noite


Martedì - Sera 13/03/2007 (Terça-feira - Noite)


Quasi in contemporanea con le battute finali del mio dialogo con Michelle, smette di piovere. Ripercorro i 200 m. circa che mi separano da casa. Davanti alla guardiola del portiere c’è Bete ad attendermi. Penso con sollievo allo scampato pericolo di un incidente diplomatico con la mia mulher, in cui sarei incorso se le due ragazze avessero accettato di salire nel mio alloggio. Pensavo che Bete avesse desistito dal suo programma di trascorrere la serata al Pelourinho, a causa della pioggia, ma qui le precipitazioni si esauriscono in fretta e la voglia di divertirsi non ne è toccata.
Per raggiungere il centro storico di Salvador, da cui ero dovuto letteralmente scappare la volta precedente perché troppo infestato di venditori e questuanti, prendiamo il taxi, ovviamente a mie spese. Non faccio nemmeno in tempo a scendere dall’auto che un ragazzino di quelli che pattugliano la Praça da Sé, si precipita ad aprirmi la portiera per giustificare la richiesta di un obolo. Prevedendo uno stillicidio di mance e offerte mi ero portato un borsellino pieno di spiccioli da cui attingo per la bisogna.
Passeggiamo a braccetto, io e la mia dama morena, senza una meta precisa. In giro c’è un particolare fermento, un’atmosfera che mi ricorda le sere di fine estate, a Ferrara, quando il centro si ravviva in occasione del Busker Festival. Capannelli di persone si raccolgono attorno a gruppi di artisti improvvisati per assistere alla loro esibizione.


Ci uniamo ad una piccola folla di turisti attratta da una performance di capoeira, danza acrobatica di evidente ascendenza africana nata come arte marziale. I danzatori accennano solo qualche gesto, adatto a spettatori di bocca buona, e chissà se si tratta veramente di capoeira o di un misto con la brake-dance dei neri d’America. Naturalmente un ragazzo del gruppo è preposto alla raccolta del money.
Fra la gente che assiste all’esibizione – invero assai modesta – noto anche le due nordiche che avevo a qualche metro da me, in spiaggia, lo scorso venerdì. Sembra che abbiano già fatto conoscenza con un giovane nero, capigliatura a cavatappi, tipo Bob Marley che le accompagna. La walkiria più carina, con i capelli sciolti, un accenno di trucco, priva degli orribili occhiali da spiaggia e con la pelle leggermente abbronzata, si rivela particolarmente graziosa.
Proseguiamo. Bete mi porta in un bar con musica dal vivo, molto frequentato dai turisti durante il Carnevale, ma anche in questo periodo un notevole punto di richiamo per gente che vuole stare in allegria. Ci sono coppie, belle mulatte e gruppi misti di giovani e meno giovani, generalmente maschi di pelle bianca insieme con ragazze locali. Ci sediamo ad un tavolino. Bete ordina una caipiroska, io il solito piatto di batatas fritas. Se non fossi accompagnato, nella generale allegria forse potrei combinare qualcosa anch’io con una femmina di colore; ma sono tutte giovanissime, accidenti: donne sui 30 anni non se ne vedono, oppure sono io che non le noto perché sformate e corpulente oppure se ne stanno a casa a badare ai figli.
Sul piccolo palco un solitario cantante-musicista riesce a produrre, da solo, la sonorità di una piccola band: canta canzoni di successo accompagnandosi con la chitarra; le basi elettroniche sostituiscono efficacemente gli altri strumenti acustici.
Per fortuna non si fa il karaoke. Tuttavia, una bella ragazza mora, dall’aria birichina si avvicina al palco per chiedere qualcosa al musicista. Quando il pezzo richiesto viene eseguito dal juke-box in carne ed ossa, lei e alcune amiche del gruppo si mettono a ballare sul posto. Dopo un po’ vediamo arrivare il ragazzo che aveva messo in subbuglio tutta la spiaggia quello stesso giorno, al mattino. È seguito da un piccolo gruppo di turisti con cui si è evidentemente intruppato e che lo utilizzano come “guida”. Ci riconosce; lo salutiamo, ma per fortuna, non si avvicina al nostro tavolo.
Facciamo ancora qualche giro; splendide ragazze di colore spuntano come orchidee nere fra vicoli e piazzette, in quell’insolita foresta tropicale dai colori chiari e pastello. Ci siamo proprio tutti qui, al Pelourinho by night: incrocio persino il ragazzo con il braccio sciancato. Mi riconosce, ma grazie a Dio non si avvicina per la solita richiesta di denaro. La presenza di Bete ha ridotto ad un livello accettabile l’assillo dei questuanti di vario genere che avevano molestato la mia precedente visita del centro storico.
Riprendiamo il taxi. Bete non può rimanere con me per la notte e si fa accompagnare a casa; poi dà precise indicazioni al taxista affinché mi conduca, senza rischi, fino alla guardiola del mio alloggio. Quando arriviamo nella piazza antistante il faro, a poche centinaia di metri dal mio domicilio, faccio fermare il taxi: voglio fare quel piccolo pezzo a piedi per sgranchire un po’ le gambe. L’autista rimane sbalordito: probabilmente Bete aveva indicato l’albergo in cui ero alloggiato due settimane prima, come riferimento per il mio appartamento. La mia richiesta di scendere lui l’aveva interpretata come una deviazione dal programma di un casto rientro notturno, il desiderio di una qualche avventura con una donna diversa da quella che avevo accompagnato a casa. Il taxista, ridacchiando, si offre di accompagnarmi in qualche locale della zona, dove avrei potuto “rimorchiare” e concludere in bellezza la serata. Ma la mia intenzione era veramente quella di fare due passi: non ho più l’età, né lo spirito per fare certe cose… Salgo in camera e trascorro la notte da solo.

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