Monday, February 08, 2010


RICORDO CON RABBIA

(IV)

Con un Padre così, come si può credere ciecamente nella natura divina di suo Figlio, Gesù Cristo? Dio fatto uomo per morire ad opera degli uomini, l’Agnello sacrificale che toglie i peccati del mondo, e in primis il peccato originale, quella debolezza di Adamo ed Eva propiziata dal Padre stesso che poi invia il Messia per riparare ai Suoi propri pasticci. Cristo che incarna una tipica ossessione degli Ebrei e delle religioni arcaiche, quella del sacrificio, dell’olocausto, del capro espiatorio che viene ucciso per la remissione dei peccati.




E tutti noi, Cristiani, veniamo alla luce già con un debito da saldare, una macchia dovuta a quel peccato originale che si cancella solo con il battesimo, la buona condotta e il pentimento. E soprattutto siamo gravati da un dovere di gratitudine per quell’estremo sacrificio del Figlio di Dio, cui dobbiamo la nostra Redenzione, la quale tuttavia non è garanzia di Salvezza poiché potremmo sempre renderci colpevoli e meritare la condanna eterna per i nostri peccati che poi, a ben vedere, sono soprattutto di natura sessuale... Noi, Cristiani, l’unico popolo di cui abbia conoscenza, che ha ammazzato il proprio Dio.

Scusa nonno, non voglio sconvolgere le tue certezze, ma come si può ragionevolmente credere a tutto questo? Questa religione non è fatta per i bambini e forse neanche per gli uomini.

Fin da piccolo ti insegnano che tutto è peccato, e devi astenerti da un mucchio di cose, soprattutto da ciò che potrebbe darti piacere. Cresci con un senso di colpa paralizzante per un oscuro delitto che non hai commesso ma che devi comunque espiare. Devi essere contrito e mortificarti per fatti e avvenimenti remoti estranei alla tua vita. Devi vergognarti e soffocare dentro di te l’istinto naturale che ti spinge a cercare la tua soddisfazione, ripudiando i desideri e le tentazioni della carne prima ancora di aver capito di che cosa si tratta e soprattutto, prima ancora di averlo assaggiato.

Ma io allora ero un fertile terreno per seminarvi una dottrina e nessuno mi ha insegnato a difendermi dalle opinioni altrui. Forse una tua convinzione, nonno, che familiarmente applicava quel motto del Duce, “Credere, obbedire, combattere”, ha sortito un effetto devastante su di me, come un ordigno a scoppio ritardato. A quel tempo mi sforzavo di adeguare il mio comportamento alle indicazioni della Chiesa, ma non ero in pace con la mia coscienza perché sentivo di non essere meritevole, illuminato, confortato dalla fede; dubitavo di me stesso e della sincerità del mio credere; celavo la mia inettitudine, la paura del sesso e dei sentimenti dietro il rigido paravento della morale, degli ideali etici, della seriosa autodisciplina.




(IV - Continua)

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